Lo shiatsu

La potenza universale come continuo alternarsi di Yin e Yang, la loro armonia nell’essere umano come salute.

Shiatsu significa in giapponese pressione col dito. Questa disciplina salutistica venne codificata all’inizio del ‘900 in Giappone sulla base della millenaria Medicina Tradizionale Cinese. Consiste in un ascolto profondo dell’energia vitale prevalentemente attraverso le mani e le dita, facendo riferimento alla rete di animazione descritta dalla MTC: quelli che vengono comunemente detti meridiani. L’operatore (Tori) agisce con pressioni su punti individuati in tutto il corpo del ricevente (Uke), i quali, con la pratica, impara a riconoscere come uniti dai meridiani che a loro volta sono connessi a uno specifico organo o viscere. Tori potrebbe servirsi anche di mobilizzazioni articolari, impastamenti, scollamenti e percussioni dei tessuti.

La particolarità di questo approccio risiede nella rigorosa applicazione di un protocollo operativo da parte di Tori: esso consiste
nella disposizione posturale completamente rilassata e centrata sulla propria colonna vertebrale comodamente appoggiata al bacino. Lavorando su Uke disteso a terra, Tori parte dalla posizione seiza ( in ginocchio) o da quella dell’arciere, portando le pressioni esclusivamente attraverso la forza di gravità ,abbracciando, col proprio sentire , l’intera biosfera di Uke, con un’intenzione rilassata e sufficientemente neutra, in modo che questi non avverta alcun senso di invasione.

Con queste premesse, dialogando con ciò che nel presente si manifesta, si può assecondare il flusso dell’energia in base alle necessità intrinseche, si possono favorire gli spontanei processi di autoregolazione e quindi di autoguarigione.

Craniosacrale

La quiete è un fenomeno ambientale e sistemico, la quiete elimina lo stress, la quiete sa approfondirsi per risolvere gli stress cronici.

La Craniosacrale è una disciplina sorta dall’intuizione dall’osteopata statunitense dr. William Gardner Sutherland a cavallo tra diciannovesimo e ventesimo secolo.
Il passaggio fu dalle manovre osteopatiche su ossa e articolazioni, a un contatto leggero orientato più alla matrice fluida della persona che ai tessuti più solidi.
Tale intuizione approfondì la conoscenza del Sistema Respiratorio Primario, ovvero i ritmi espressi dal corpo attraverso la fluttuazione del Liquido Cerebrospinale all’interno della colonna vertebrale e la sua continuità con le strutture basilari del sistema nervoso e di quello endocrino, una ricerca portata avanti dal dr. Sills e dal dr. Becker.
Al dr. Upledger va il merito di aver aperto tale studio ai non medici, il suo metodo rimase comunque Biomeccanico, ovvero basato su un lieve accompagnamento motorio da parte dell’operatore durante le manovre.
L’ enfatizzazione dell’orientamento alla Respirazione Primaria ha spinto una parte degli studiosi successivi a prediligere contatti (ascolti) basati sulla percezione fluida che emerge solo con la maggiore quiete possibile, raggiungibile solo da una posizione che permette il minimo di tensioni possibili per l’operatore, ma anche una completa estensione, apertura e vivacità della sua linea mediana (cranio-colonna-coccige).

La posizione seduta, coi femori paralleli al suolo e le ginocchia rivolte in avanti perpendicolari ai piedi, consente una ottimale apertura del bacino, necessaria a mantenere in basso il baricentro e distesa la colonna vertebrale; ciò consente di approssimare costantemente il proprio orientamento conservando la distanza neutrale, in cui l’ascolto sorge dall’apertura del cuore e perciò si orienta alla Quiete Dinamica e alla Respirazione Primaria. L’altezza del seggio è quella che evita il dover piegare il busto in avanti o all’indietro nel raggiungere con le mani il corpo del ricevente mantenendo le spalle rilassate.

Con queste premesse, le mani posso toccare il ricevente nel modo meno invasivo, o a volte non toccarlo affatto, pur comunicandogli una sensazione di grande sostegno.

In questo modo, i movimenti sottili che  manifestano la vitalità del sistema del ricevente vengono sollecitati essenzialmente con il loro riconoscimento, senza alcun tipo di condizionamento, seppur lieve che sia. Tale spontaneità della terapia viene definita Piano di Trattamento Intrinseco.
Con questo approccio Biodinamico ricercatori come il dr. Micheal Kern e il dr. Micheal Shea hanno ritenuto di poter essere più vicini al Piano Innato dell’Essere, una sottile organizzazione di micro-movimenti che inferisce alle dinamiche di concepimento e sviluppo embrionale. Quindi al cuore della vitalità.

Perciò il riequilibrio avviene secondo i tempi e i modi volta per volta disponibili nel presente del sistema-persona, con un’ efficacia potenziata dalla totale espressione vitale in senso embriologico, ossia secondo l’originalità e l’unicità creativa espressa dall’essere vivente che viene ascoltato.

MIOFASCIALE

Da un punto di vista operativo si potrebbe definire questo tipo di ascolto come uno stratching profondo delle catene muscolari.

In realtà l’orientamento dell’operatore, integrato con l’approccio craniosacrale biodinamico e shiatsu, è rivolto alla fascia, al tessuto connettivo che riveste le catene muscolari permettendo la coordinazione dei diversi distretti.

Il connettivo, o fascia, può essere considerato un organo, è un tessuto con una particolare consistenza fluida, dove perciò il reticolo neurale è più intessuto e mantiene la continuità tra le varie strutture (muscoli, articolazioni, ossa, organi) e il sistema nervoso centrale. Essendo il rivestimento di tutta la forma somatica, concorre attivamente alla sua espressione e alla relazione con lo spazio esterno. Con la sua plasticità, il tessuto connettivo può essere definito l’interfaccia informativa che partecipa alla strutturazione del carattere. Ma anche al funzionamento organico.

Quando comunemente ci si riferisce alla somatizzazione, si sta indicando l’impegno del connettivo.

La fascia è il filtro della facilitazione nervosa, sia come spazio di transito dell’impegno nel raggiungere un organo dall’esterno (per trauma o uso protratto di una postura e una conseguente coordinazione motoria invalidanti),

sia come limite dell’espressione posturale e motoria su cui giunge l’impegno nato da un malfunzionamento interno. Il confine tra questi due fenomeni è molto labile, tanto sottile quanto è infinitesimale il lavoro di percezione e assimilazione di informazioni (vibrazioni) e risposte motorie, da parte della fascia.

Quindi, che si tratti di movimento esogeno o endogeno, il sistema nervoso vive, gestisce e comunica i disagi attraverso la fascia.

L’operatore si orienta a tale fibra con un contatto diretto sulla pelle. Utilizzando le dita, le mani o le braccia, percorre le direzioni dei muscoli, delle ossa e delle articolazioni, portando un effetto di scollamento e di rilascio di tensioni nella fibra, un senso di spazio. Per far ciò è necessario portare il proprio peso rilassato sul ricevente, mantenendo spazio e neutralità fra le rispettive linee mediane, il modo ottimale per infondere coraggio e sostegno, perché alcuni passaggi possono essere per chi riceve dolorosi o emotivamente impegnativi.

Questa pratica, che viene utilizzata con efficacia anche autonomamente, rappresenta una valida integrazione agli approcci più profondi (Craniosacrale biodinamico o Shiatsu), quando l’energia promossa incontra il condizionamento e l’ostruzione delle parti più solide nel sistema.

Le manovre principali sono state sviluppate dalla tradizione del Rolfing. Le direzioni primarie, nelle linee superficiali e profonde, sono state recentemente integrate e descritte da Tomas Myers, allievo di Ida Rolf.

Le implicazioni psicologiche sono state argomentate da Peter Levine, oltre che essere contemplate da tutta la ricerca bioenergetica e biosistemica.

Nella Medicina Tradizionale Cinese, la fascia è assimilata alla Milza, di cui infatti si dice che “regge la carne e forma il sangue e il suo vuoto o debolezza si manifesta nelle turbe psichiche”.

RIFLESSOLOGIA PLANTARE

Quale struttura alla base dell’intero sistema umano, i piedi sono un evidente esempio di corrispondenza e armonia fra le parti, la caratteristica della materia biologica.

Mi piace pensare che, in quanto struttura anatomica la cui straordinaria evoluzione ha accompagnato il sorgere dell’essere umano così come ci riconosciamo, il piede si sia in questo modo dotato di una spiccata mappatura stabilita da un privilegiato riflesso nervoso. Un riflesso di apprendimento. I piedi erano mani, mani che hanno appreso a diventare piedi. Organizzandosi per procedere sostenendo l’intera verticale degli organi interni e dell’encefalo. Attraverso milioni di anni il piede ci porta nell’evoluzione.

L’arco plantare è il primo tra quelli che compongono la tensostruttura umana, è alla base della postura e della deambulazione. Esso in particolare presiede a un vero e proprio meccanismo di carica e scarica energetica. C’è una profonda connessione tra archi plantari e orientamento/funzionamento della struttura vestibolare (orecchio interno), la quale concorre a funzioni come la percezione dello spazio e l’organizzazione del movimento, oltre a permettere il meccanismo di feedback necessario alla capacità di fonazione, articolazione e intonazione, praticamente il linguaggio, praticamente l’apprendimento, praticamente l’evoluzione.

Manipolare o anche semplicemente contattare con un ascolto sottile i piedi equivale a liberare un canale energetico la cui transitabilità è ridotta dal peso che costantemente vi grava.

Si calcola che in termini di tempo, i piedi di un adulto hanno sostenuto il peso di svariati palazzi. Spesso sono stati vittima di traumi esterni, distorsioni e stiramenti, infiammazioni, fratture.

L’esperienza diretta ci fa accorgere effettivamente di quanto spazio si può ristabilire fra i tensori delle dita, le loro varie falangi, tutta l’articolazione di tallone e caviglia, le zone polpose.

Plantare effettivamente non è esaustivo rispetto a questo ascolto dedicato ai piedi, forse sarebbe più esatto riflessologia podalica.

La cosa importante comunque non sono i termini teorici, ma come sempre l’orientamento e la postura dell’operatore, in sintesi la sua disposizione.

la mia esperienza in questa pratica non viene dall’aver frequentato un corso specifico, ma dall’aver esperito le connessioni e i vantaggi direttamente con lo studio della mappa svolto in piedi, in grounding e poi in zhan zhuang (posture vitalizzanti su cui s’incentrano, rispettivamente, la Bioenergetica  e l’Yi Quan).

Così ho potuto portare la consapevolezza “biodinamica” sui piedi saggiandone le corrispondenze sul resto del corpo, mantenendo lo sguardo sulla mappa che tenevo e tutt’ora tengo appesa al muro.

Una pratica che non ho mai interrotto, perché quando vi è una consistente partecipazione fisica, il sapere teorico e la memoria grafica si integrano efficacemente con la percezione intuitiva.

Successivamente, negli anni del mio apprendistato, i piedi hanno rappresentato il primo campo di approccio terapeutico, in quanto garantisce rapida e basilare efficacia e preserva da un contatto più intimo che, a volte, può non esser facilmente vissuto dal ricevente.

Liberare i piedi instaura rapidamente la fiducia e il perché è abbastanza intuibile.

Il lavoro terapeutico deve essere necessariamente rivolto a promuovere la libertà nel ricevente.

A tutti può esser capitata l’esperienza di indossare scarpe scomode e della soddisfazione nel liberarsene.

Non c’è maggiore libertà per l’essere umano che quella di camminare agilmente, è il suo segno distintivo, la sua ricerca evolutiva.

Tanto che gli antichi cinesi usarono per il concetto di Dao, l’ideogramma che rappresenta il cammino, inteso proprio passo dopo passo.

Dedicarsi ai piedi può comunicare in modo più efficace di altri, che la cura offerta non è volta a imporre una via ma a dare la possibilità della scelta.

La manipolazione dei piedi prevede pressioni, mobilizzazioni, stiramenti, impastamenti e combinazioni tra questi, sulla traccia dello Shiatsu, del Tuina (massaggio tradizionale cinese) e del Miofasciale.