“Il mio guscio non è di calcare, ho su di me istantanei conduttori sia che cammini sia che stia fermo, loro prendono ciascun oggetto e lo guidano innocuamente dentro di me. Io semplicemente mi muovo, premo, sento con le dita, e sono felice, entrare in contatto con qualcun altro è quasi il massimo che posso sostenere.” WALT  WHITMAN “FOGLIE D’ERBA”

PERCHÈ CI SI RIVOLGE AL CRANIOSACRALE     – LA VIA –

    “Com’è ambigua la grande Via! Essa può andare a sinistra o a destra. I diecimila esseri si affidano a essa per la loro esistenza ed essa non li rifiuta. Quando un risultato è raggiunto, essa non se ne appropria. Essa veste e nutre tutti gli esseri senza presentarsi come loro signora. Essa potrebbe essere nominata tra le cose piccole. Tutti gli esseri tornano ad essa senza che essa si presenti come loro signora. Essa potrebbe essere nominata tra le cose grandi. Per il fatto che non fa mai valere la sua grandezza, essa può portare a compimento la sua grandezza.” TAO TE CHING – IL LIBRO DELLA VIA E DELLA VIRTÙ

Essendo una pratica non indirizzata a una problematica o a un insieme di disturbi in particolare, i motivi per avvicinarsi al craniosacrale sono diversi: possono essere diretti, come la riabilitazione post-traumatica conseguente uno specifico evento doloroso, sia fisico che morale. Oppure possono essere indiretti come l’emergere di un sintomo fastidioso o dolente apparentemente svincolato da una circoscritta esperienza; o come il manifestarsi di disagi vissuti in apparenza sul solo piano psicologico; oppure si può ricevere un trattamento per semplice curiosità, voglia di saperne di più su di sè e sulle potenzialità umane in generale.

In sostanza non è importante per quale di questi percorsi si arriva a praticare perchè il dispiegamento degli effetti si ottiene attraverso la medesima onnicomprensiva modalità e avranno luogo sulla totalità del soggetto.
Allo stesso tempo tale uncità di metodo si differenzia nelle infinite variabili della relazione tra soggetti in costante mutamento: per cui l’operatore, anche dopo essersi fatto un quadro della situazione del ricevente, deve saper  dimenticarsene a ogni trattamento.
Qiundi, allo stesso modo di come ci si può rivolgere ad altre pratiche salutiste meditative incentrate sull’esperienza diretta della totalità mente-corpo (shiatsu, yoga, y quan, chi kung, ki aikido, taj ji quan ecc..), non è necessario lamentare un disturbo o un dolore per praticare craniosacrale.
Alla base di questa affermazione, e alla base di questo modo di contattare la salute,  risiede un’ottica completamente diversa da quella comune di intendere l’essere sano e l’essere malato.
Durante un trattamento si apre un’occasione in cui prevenzione, diagnosi e terapia sono coagenti in base alle esigenze intrinseche del soggetto ricevente.
Il soggetto che si appresta a ricevere ha un’idea e una sensazione di sè, la sua intenzione è quella di stare bene e durante l’arco della sua vita il suo sistema ha fatto tutto il possibile per permetterglielo.
Sappiamo però dall’embriologia e dalla neonatologia come ogni individuo, oltre che nascere con un determinato patrimonio genetico ed energetico, viene alla luce strutturato dalla storia della gravidanza portata avanti dalla madre e non meno dalla modalità del parto stesso. In più le esperienze dei primissimi anni di vita contribuiscono a creare un determinato schema che in linea di massima rimarrà profondamente radicato nel sistema.
Per esser più chiari, rimanendo per ora sul piano tissutale, per sistema intendiamo la sinergia di ossa, nervi, muscoli, tendini, connettivo, organi e visceri: l’intera intelligenza della vita animale in atto.
Se allo schema più radicato sovrapponiamo il resto delle prove e delle esperienze a cui siamo sottoposti per tutta l’infanzia, l’adolescenza e via proseguendo, risulta più chiara l’immagine dei fulcri d’inerzia costitiuti l’uno sull’altro a profondità diverse.
Sappiamo che si dà un fulcro d’inerzia, ossia un’iperattivazione eccentrica di forze (o stagnazione delle stesse) incoerente rispetto al flusso dell’ IRC, in quelle aree tissutali dove si è ricevuto un colpo materiale (ma anche dove ne è stato somatizzato uno morale) oppure dove il sistema ha trovato la possibilità di controbilanciare un’altra zona colpita. Ciò avviene in concomitanza di tutte le altre stimolazioni a cui continua ad essere sottoposto, mediate dalle risorse di cui momento per momento esso dispone .
Alla luce di ciò risulta più comprensibile il PIANO DI TRATTAMENTO INTRINSECO che scaturisce durante il contatto craniosacrale nell’arco di diverse sedute. Si tratta dell’emergere dei fulcri che si offrono alla risoluzione a partire dai più recenti (i meno profondamente strutturati) in un percorso a ritroso che permette al ricevente ormai pratico di compiere un’attiva escursione dentro se stesso; una pratica che diventa la riattualizzazione di ciò che ha vissuto secondo una priorità decisa spontaneamente dal suo sistema.
In tal modo si consente ad esso di accorgersi che ciò che sta tenendo è passato, che è possibile lasciare quella modalità di funzionamento a suo tempo instaurata dall’ intelligenza intrinseca, come indispensabile all’equilibrio.
Per avere un’immagine più nitida si può immaginare un albero: esso ha un patrimonio  genetico che si fonde alle possibilità offertegli dal terreno in cui il suo seme si è innestato, la sua tipologia formale risponde al clima e l’ambiente in cui nasce e cresce. Vi sarà primariamente un clima generale che nutre in un determinato modo quel tipo di albero, poi bisogna tener conto delle particolarità manifestate dal clima durante la crescita di uno specifico albero, nonché la relazione con gli altri sistemi viventi a lui vicini. Tutto ciò designa l’unicità di quell’albero, unicità che non smette di modificarsi e assestarsi fintanto che in quella materia albero sta funzionando la vita.
In sostanza si può dire che l’uomo, attraverso l’intelligenza del suo essere nato ed esistere, manifesta il dove vive, il come vive e di cosa si nutre (comprese le emozioni). Egli incarna queste informazioni in un presente in gran parte aggrappato  al passato e squilibrato sul futuro: l’esperienza craniosacrale gli permette di riaprirsi al presente pertinente il RESPIRO DELLA VITA. Accogliere pienamente questo movimento equivale a “ricaricare il liqiudo della batteria”, ad attingere alle proprie risorse più potenti, quelle che hanno permesso la nascita e la crescita e sostengono l’attuale sopravvivenza.
Le risorse innescano le risposte a ciò che il sistema chiede: le richieste del sistema sono ciò che nell’esperienza fisica si manifestano come vizi posturali ed emotivi. Questi sono alla base di ogni tipo di disagio, alcuni dei quali, specialmente se congiunti, possono complicarsi in dolori  e arrivare fino alla patologia. Perciò si può dire che di fronte a malfunzionamenti e disfunzioni organiche stiamo assistendo ai sintomi e non certo alle cause del disagio.
Quindi, al di là di un certa parte di determinismo e fatalità, il percorso di vita di un individuo è dato dalla capacità del suo sistema di accogliere il respiro della vita. E questa capacità può essere allenata.
È interessante notare come se passiamo dal termine percorso a quello di via e traduciamo con l’inglese way, si evidenzia come nel concetto di cammino della vita sia ben presente il modo di affrontarlo (way of life). Prendendo in considerazione il concetto di via per il pensiero cinese, dao, ci accorgiamo che la vita viene concepita assolutamente come cammino. Il movimento vi è implicato alla radice e la qualità della vita (la virtù) corrisponde al metodo attraverso cui si compie li cammino.
Il dao equivale alla virtù suprema, quella di essere nella migliore armonia col movimento naturale, in pratica nutrirsi al meglio dell’energia disponibile.

“Prima della formazione del cielo e della terra
c’era qualcosa in stato di fusione. Tranquilla e im-
materiale, essa esiste da sola e non muta (caratte-
re); essa circola ovunque senza stancarsi. Si può
considerarla come la Madre di Tutto-sotto-il-cielo.
Io non ne conosco il (vero) nome, ma la designo
con l’appellativo di . Sforzandomi per quan-
to possibile di definirla con un nome, la chiamo
. significa ;
significa ;
significa (al proprio contrario)” TAO TE CHING – IL LIBRO DELLA VIA E DELLA VIRTÙ

DOVE SI TROVA LA GUARIGIONE     – LA META –

“I grandi movimenti sono meno efficaci dei piccoli movimenti.

I piccoli movimenti sono meno efficaci dell’immobilità.

L’immobilità è il movimento eterno.”

WANG XIANG ZHAI  “YI  QUAN” Una volta appurato che la qualità del percorso di vita influenza la sua direzione, si può dire che la meta desiderata da ogni individuo, che ne sia consapevole o no, non è in  realtà il raggiungere un luogo, ma il sentirsi bene.
Il sentirsi bene ha più a che fare con  lo stare, mentre l’essere umano generalmente prova piacere nella facilità di muoversi e spostarsi.
La semplicità della pratica craniosacrale sta nel ricongiungere questi due termini: lavorando sui movimenti più sottili si ripristina la potenzialità per quelli più ampi.
Il motto dell’osteopatia, l’evoluzione dell’ortopedia da cui si è sviluppata l’esperienza cranioscacrale, era già movement is life.
La vita non è altro che movimento, il movimento in realtà comprende anche la stasi:  si tratta delle fasi complementari di un ritmo, ciò è stato da anni acquisito dalla fisica moderna, che sperimentando sull’infinitamente piccolo ha potuto estendere tale impronta alla totalità della materia. Ma questa saggezza era già appannaggio di culture antiche. Un vecchio adagio cinese recita che il cardine di un cancello se costantemente usato non arrugginisce mai.
Tornando alla pratica, un soggetto potrebbe rivolgersi al craniosacrale ad esempio perchè in quel momento prova una grande difficoltà a muovere un braccio.
Il metodo craniosacrale è quello di non focalizzarsi sull’arto, magari cercando di mobilizzarlo in tutti i modi, perchè l’impedimento che lo colpisce non risiede necessariamente in quella parte o nelle articolazioni più prossime e non può essere nemmeno un fenomeno a sé stante all’interno del sistema.
Ciò che non permette un comodo movimento è sottilmente connesso alla costellazione degli schemi d’inerzia che abitano il soggetto e viene risolto affidandosi alla stasi. Tale stasi, secondo i principi sopra riportati, si manifesta in realtà come QUIETE DINAMICA.
È stato riconosciuto dalla neuroscienza come il sistema nervoso, una volta portato in quete dinamica, permette l’accesso alle risorse: tali risorse consistono nella totalità dei processi vitali che l’intelligenza intrinseca del sistema sa come infondere sulle zone che stanno richiedendo sostegno. Avremo quindi soggetti che riacquistano tono in quei punti dove l’energia era venuta a mancare, magari per portare sostegno ad altri punti ancora. Per gli stessi soggetti potrebbe esservi contemporaneamente l’esigenza di sedare altre zone dove l’energia è iperattivata in una sorta di cortocircuito.
Come per l’operatore vale la regola di non cercare nulla, così per il ricevente vale la regola di non sottrarsi alle sensazioni di impotenza di movimento. Accettando “ciò che c’è” ci si connette al presente pertinente il respiro della vita e  si mettono da parte tutte le idee che ci si fa su se stessi: questo è già salute. Una volta che il ricevente aquisisce esperienza nell’arco di varie sedute, come l’operatore impara a suggerire sottilmente i movimenti, egli apprende come veicolare sottilmente la propria intenzione di sentirsi bene all’interno del sistema, che in modalità di marea media si percepisce come un’enorme campo di fluidi dalle innumerevoli possibilità. Per entrambi gli attori dello scambio vale la regola del saper sentire quando è meglio indurre un movimento e quando conviene lasciarsi completamente muovere.
L’operatore interagisce coi movimente raffinando la capacità di sentire i movimenti fluidi attraverso i polpastrelli, che si devono percepire come appoggiati a del sughero che galleggia. Alla punta delle dita dovrà essere collegato il cuore dell’operatore, inteso come un luogo dentro di sé in cui ci si sente a proprio agio, dove si sente le proprie potenzialità completamente espresse nella leggerezza, dove si sente di poter sostenere l’intero universo, dove si è tutt’uno con l’universo.
I movimenti di cui si stà parlando non sono ulteriormente descrivibili, si puà parlare di tremolii, di sussulti, di vibrazioni, di sensi di espansione o rivolgimento, di sensazioni di scioglimento o di liqiudità oppure di granulosità, di strappo o fusione,  associate a esperienze di calore o di freddo, gustative, olfattive, uditive o di immagini legate a ricordi o più vicine al sogno. Ma la vera e propria esperienza va al di là di qualsiasi discorso.




“Lo zhan zhuang è un tipo di esercizio in cui si cerca la forza nell’assenza

di forza, il movimento lieve nell’immobilità, e il movimento rapido nel movimento

lieve.“ Più rilassato è il corpo, più velocemente scorre il sangue:

la   vitalità aumenta e si diventa più forti. Se si usa la forza, si diventa tesi

e tutto il  corpo perde la sua scioltezza, fino al punto di ostacolare il co-

raggio e l’energia vitale dell’individuo. Questo genere di forza è privo di

forma, ed è creato principalmente dalla mente. Se c’è una forma, la forza

perderà la sua essenza di movimento. Per questo motivo il mio maestro

continuava a ripeterci:

cambiare, mentre l’assenza di forma compatterà lo spirito>. Ciò significa

che più il corpo è rilassato, più la mente è unita. Sebbene la forma esterna

sia sgraziata, lo spirito e la mente sono agili e sciolti. Chi pratica da lungo

tempo lo sa grazie all’esperienza.”

WANG XIANG ZHAI     “Y I  QUAN”

COME TROVARE LA SALUTE  – IL VEICOLO –

“La prima Alba ha trovato un bambino,
laggiù verso est l’ha trovato.
Quando l’ha trovato gli ha parlato.
Egli sorride,
pronto alla vita,
ha voce forte e allegra.
È un bimbo luminoso,

colmo di pace.”

CANTO  NAVAJO Asserendo che il principio della salute risiede nel movimento, si può pensare che il sistema sia il veicolo, un veicolo che ottimizza i suoi consumi di energia in base a come si pone nei confronti del percorso. Essendo il mondo in cui viviamo la manifestazione dell’energia stessa, questo contiene il percorso di vita di ogni essere e quindi il lasciarsi nutrire dall’energia equivale a incarnare il  proprio percorso. Più si lascia che il respiro della vita si muova in noi, più noi saremo capaci di muoverci e manifestarci esteriormente. Avendo coscienza dei movimenti interni migliorerà la qualità dell’esperienza dei movimenti esterni.
L’operatore craniosacrale in rapporto al veicolo è simile a un moderno navigatore satellitare: egli non è propriamente a conoscenza della meta, ma ha i mezzi per trovarla co più facilità; il suo sarà soltanto un suggerimento, mettersi in carreggiata rimarrà una decisione del ricevente, o meglio, del suo sistema.
Le possibilità sono infinite, vi sono soggetti che in determinati momenti dispongono di risorse tali da far svanire un disturbo che li tormentava da mesi, solo ricevendo il suggerimento di un “percorso” sul quale non avevano mai avuto accesso prima, eppure era lì, a totale portata di mano. Vi sono altri soggetti che dopo numerose sedute non accennano a notare cambiamenti soddisfacenti riguardo il loro stato di salute, e poi all’improvviso, quando non lo aspettano, qualcosa si muove e anche loro fanno l’esperienza di una grande acquisizione, di aver scoperto la sorgente della forza.
Quasi sempre a quel punto cresce la curiosità, nutrita e incoraggiata dal miglioramento del sentirsi, di andare a vedere in quanti infiniti modi la sorgente dispiega il suo flusso all’interno di noi.
Quando il sistema amplia la propria accessibilità alla respirazione primaria, non è più distinguibile quale dei due termini sia il veicolo e quale il percorso, come non è possibile dire chi sia passivo o attivo tra operatore e ricevente: tutta l’esperienza è compenetrata, stabilita e uniformata dal respiro della vita.
Sul piano più fisico esperienziale ci si sente attraversati dall’energia, per cui si tenderebbe a identificarsi con il percorso, ma allo stesso tempo l’energia che ci attraversa ci fa sentire vitali e capaci di arrivare ovunque, per cui si è spinti a identificarsi col veiocolo.
In entrambi i casi comunque potrebbero manifestarsi piccoli e grandi assestamenti e cambiamenti tali da sovraimpegnare il sistema del ricevente, soprattutto se  costretti al vaglio nell’angusto spazio della personalità: delle convinzioni che si tengono sul proprio essere.
Nelle discipline psicosomatiche si usa dire che le ossa mantengono le convinzioni dell’individuo, mentre nei muscoli, o meglio nel connettivo che li unisce e sostiene, sono congelate le emozioni.
Già Jung aveva intravisto che il carattere ha a che fare con la manifestazione fisica posturale del soggetto, Reich era arrivato a definire delle vere e proprie corazze nei tipi umani. Lowen  ne ha sviluppato la dinamica delle scariche energetiche relativa alle zone di scambio tra interno ed esterno del corpo e l’esperienza che se ne ha in età infantile. Ci basta pensare alla bocca e lo sfintere, cranio e sacro.
Per la pratica craniosacrale è utile principalmente tener conto che piccoli assestamenti e cambiamenti interni, possono essere vissuti come sconvolgenti sia perchè potrebbero riportare a galla esperienze dolorose, sia perchè richiedono comunque al sistema di lasciare qualcosa su cui esso si era fatto forza. Se si è indossata una corazza è perchè in quel momento ci si è sentiti minacciati in modo tale che quella è stata valutata la contromisura migliore.
Far svanire quella corazza potrebbe far sentire il soggetto terribilmente nudo e  indifeso, il ruolo dell’operatore è quello di comunicare profondamente al ricevente che non vi è nulla da temere, che nel momento presente non c’è alcun pericolo da giustificare quel tenere le barricate.
Le esperienze dolorose, fisiche e morali, sono radicate in noi in maniera inconscia; durante la vita comune, in cui siamo impegnati nelle nostre attività quotidiane, non vi è quasi mai l’opportunità di riconoscerle ed eliminarle perchè il sistema è troppo impegnato a fare altro. La presenza amorevole e incondizionata dell’operatore sostiene la biosfera del ricevente permettendogli di portare il sistema in quiete dinamica: a quel punto si può “lasciare tutto”, che equivale a un riposo qualitativamente impareggiabile rispetto alla comune attività di sonno.
Lasciare tutto significa in un certa misura dimenticarsi di sè, in quanto, come riportato sopra dal maestro di arti marziali Wang Xiang Zhai, finchè si ha una forma (un’idea) non è possibile cambiare e far circolare la forza.
È come se il sistema fosse impegnato nel vano discorso di descrivere se stesso senza  riconoscere come solo il silenzio è degno corollario alle potenzialità di qualcosa profondamente misterioso e in continuo mutare.

In conclusione si può solo ribadire che, essendo qualcosa di estremamente naturale  e alla portata di tutti come risorsa inesauribile, la pratica craniosacrale è un’esperienza da vivere, mentre le idee e i commenti a riguardo non sono la pratica craniosacrale.



“La musica e le seduzioni fanno fermare uno straniero di
passaggio. Ma le parole che si dicono sulla Via, come
sono insipide e senza sapore! Se la si guarda, non vale
la pena vederla; se la si ascolta, non vale la pena di
udirla. Ma se la si usa, essa non potrà mai esaurirsi.”

TAO TE CHING  –  IL LIBRO DELLA VIA E DELLA VIRTÙ