Dott. Alessandro Panebianco: laureato in Lettere Moderne presso L’università di Bologna. Diplomato Operatore Craniosacrale Biodinamico e Operatore Shiatsu Integrato, master in Integrazione Fasciale, presso I.S.I -Centro di salute consapevole-. Socio A.S.K.T. -Associazione per lo studio del Kung Fu tradizionale-.
Svolge la professione nel suo studio privato di Bologna e a domicilio (in caso di effettiva impossibilità allo spostamento per clienti entro la provincia, su prenotazione di minimo tre sedute giornaliere entro regione e minimo cinque al di fuori).
Pratica il Kung Fu tradizionale della scuola del M° Yang Lin Sheng seguendoLo costantemente durante gli stages primaverili e il seminario residenziale estivo; a Bologna è allievo dei maestri V duan Luigi Tassini e Giorgio Santi. Collabora con medici specializzati in Naturopatia, Medicina Tradizionale Cinese e Psicoterapia Bioenergetica.
Conduce stages di biodinamica -arte dell’ascolto- a Bologna e Roma. Sono nato a Jesi in provincia di Ancona il 23 aprile 1978.   La mia esperienza con le terapie naturali è iniziata molto presto: all’età di quindici anni sono rimasto vittima di un incidente automobilistico nel quale ho riportato lo schiacciamento della vertebra L1 e la frattura della L2, trauma toracico e trauma cranico dal quale l’esame elettroencefalogramma rilevava lievi anomalie dell’attività cerebrale. Sottolineo questo particolare perchè da uno stesso esame svolto tre anni fa risultava tutto completamente normale…   Ma poi, che significa normale?   Da sedici anni quindi mi occupo di come far passare i dolori fisici utilizzando semplicemente il corpo, attraverso il respiro e il resto dei movimenti che la natura ci permette.   Fino ai venti anni continuai a praticare a livello agonistico uno sport logorante qual è il calcio, alternando periodi di benessere a prolungati stop dovuti all’eccessivo carico vertebrale che andava a infiammare il nervo sciatico, provocandomi dolori paralizzanti.   , A sedici anni ebbi la fortuna di ricevere la prima visita osteopatica (gli osteopati erano pochi e cari, con lunghe liste d’attesa) grazie alla quale potei constatare che le iniezioni di cortisone subite non erano l’unico rimedio, anzi non erano affatto un rimedio.   In quel periodo di attività sportiva riuscivo a tirare avanti perchè ero nell’età dello sviluppo e comunque passavo gran parte della giornata disteso sulla schiena a cercare di capire, vertebra dopo vertebra, come risolvere le tensioni. Subito dopo una prestazione sportiva dovevo restarmene almeno mezz’ora a distendere con posture di stratching, altrimenti mi sarei bloccato: insomma in generale ero ostaggio di una condizione ossea-articolare-muscolare che sminuiva decisamente la qualità della mia vita, non ne ero del tutto travolto, specialmente sul piano psicologico, solo grazie alla giovane età.   Quando mi sono trasferito a Bologna per frequentare la Facoltà di Lettere e Filosofia avevo venti anni e finalmente decisi di smettere ogni attività sportiva. Non stavo male, anzi forse attraversavo il momento di maggiore soddisfazione relativamente al mio corpo, ma dovetti accorgermi presto che di quel fisico prestante che credevo di possedere stavo utilizzando a dir tanto il 15%.   La cessazione di ogni attività aerobica e anaerobica intensa mi permise di uscire dallo schema di tensioni su cui mi ero strutturato successivamente al trauma automobilistico, permisi alla muscolatura di rilassarsi e un giorno tutto cambiò, attraverso un dolore acuto.   Nei mesi precedenti a quel momento fatale che, guarda caso, sopraggiunse in primavera, avevo utilizzato un elettrostimolatore perchè da “buon giovanotto” non volevo perdere la tonicità e la forma dei muscoli, ma quello strumento concorse invece a qualcosa di più utile, risvegliando alcune fibre profonde dell’area lombosacrale.   Ora non mi viene da consigliare l’uso di un elettrostimolatore (la terapia craniosacrale garantisce la naturalezza e il sostegno che non vanno trascurati) però ricordo come anche l’osteopata applicava alle vertebre lombari uno strumento vibrante con tre tamponi che simulavano i polpastrelli.   Una mattina qualsiasi della mia vita da studente che si alza tardi, studia l’intero pomeriggio e fa bagordi la sera fino all’alba, mi svegliai con un tremendo dolore all’inguine sinistro: una sensazione simile a quelle da calcoli o infiammazioni renali o cistiti, senso di dover urinare e nulla che esce, un male senza rimedio che mi stordiva a tal punto da credere che potesse essere appendicite, ma l’inguine interessato era l’opposto.   Questa agonia andò avanti per tutta la giornata, in cui restai coricato, sospeso sul chiamare o no un’ambulanza, poi verso sera, d’istinto, feci un movimento che mi era solito nei momenti di grande carico alla schiena: da in piedi piegai le ginocchia, vi puntai i palmi delle mani e inarcai il busto.   Il dolore non cessò immediatamente, ma subito avvertii che qualcosa era cambiato: avevo fatto luce su un’alternativa, si erano create le condizioni per una soluzione, c’era ancora dolore, ma non lo subivo più come irrimediabile, sentivo di avere un po’ di controllo della situazione.   Ricordo che passai la notte in bianco preso dallo stupore di quanto stava avvenendo, in una maniera sorprendentemente progressiva quel dolore cambiava diventando qualcosa di più gestibile, era divenuto una tensione, molto forte, ma con la quale potevo dialogare, potevo seguirla dal punto del bacino in cui si generava verso il resto del corpo.   In quei momenti e nei mesi successivi, feci tesoro delle lezioni apprese durante i trattamenti osteopatici (perchè la mia partecipazione alle visite non era da paziente inerme, ma da attivo studente), in particolare il fatto su cui insisteva il dr. Di Mattia riguardo l’implicazione della forma cranica, anche conseguentemente al trauma, sulle tensioni lungo la colonna.   Gli amici mi vedevano un po’ strambo, ma io continuai a passare mesi con le mani in testa e sul collo e molto presto le connessioni che sentivo raggiunsero i piedi e le mani, senza smettere di donarmi nuove acquisizioni. La sensazione che mi guidava era quella di calore (un calore “fresco” e morbido, non un bruciore lacerante) e ben presto potei sperimentare come quell’effetto di spazio e rilassamento che riuscivo a realizzare attraverso il mio corpo era applicabile su un corpo altrui.   I miei amici furono i primi a sperimentare l’efficacia delle mie mani, le quali muovevo seguendo semplicemente i percorsi suggeritimi dalle sensazioni.   Devo dire che, riguardando a posteriori quei primi approcci, ora che ho completato la formazione craniosacrale, shiatsu e miofasciale, che mi interesso di medicina tradizionale cinese, che pratico gli stili interni marziali cinesi e che svolgo un’attività terapeutica professionale da due anni, mi accorgo come sono tornato a semplificare la mia terapia verso quell’istinto dal quale ero partito.   Benchè conscio già allora delle varie scuole di terapia naturale esistenti, decisi che sarei andato avanti da solo nella sperimentazione di quanto mi stava accadendo, non volevo essere condizionato da nessun tipo di sapere esterno a ciò da cui personalmente mi lasciavo ispirare. L’unica cosa che lessi fu l’introduzione di un manuale di Taj ji quan dal quale appresi che non stavo respirando correttamente e che non ricordavo di averlo mai fatto: quella fu un’altra rivoluzione per me, col respiro cambiava la mia intera postura a velocità impressionante, tanto che gli amici mi dicevano “ma la scorsa settimana eri più basso!”. Successivamente comprai un poster con lo schema della riflessologia plantare: mi mettevo in piedi di fronte al disegno e me lo studiavo ascoltando direttamente le connessioni lì riprodotte, una pratica che tutt’ora svolgo, grazie alla quale posso dirmi un esperto in riflessologia plantare.   Durante questo periodo ero vicino di casa con il dr. Paolo B. Casartelli, direttore del centro ISI -Istituto di Shiatsu Integrato- e della scuola di Terapia Craniosacrale Biodinamica interna all’istituto.   I nostri rapporti erano confidenziali, data anche la sua giovane età, di poco superiore alla mia, mentre la sua formazione era già molto avanzata. Tra noi c’erano strette di mano e abbracci, pochi dialoghi in quanto i nostri erano incontri brevi.   Al tempo lavoravo come porta pizze e una sera delle tante in cui mi capitava di consegnargliela, Paolo mi disse: “Io e te ci stiamo scambiando dei messaggi, ti andrebbe di approfondire l’argomento?” Credo che fu il suo senso di riconoscimento a convincermi, nessuno fino a quel momento, tranne un artista di strada incontrato anni prima e mai più rivisto, aveva così chiaramente sentito le mie capacità: Paolo conosceva bene il linguaggio del corpo e l’emanazione di bontà delle mani, i messaggi a cui alludeva non erano fatti di parole, il suo modo mi convinse.   Così, dalla fine del 2005 ho iniziato il percorso proposto da ISI e attualmente sono diplomato operatore Craniosacrale biodinamico e operatore Shiatsu con un master in Integrazione Fasciale.   Dalla fine del 2006 pratico assiduamente kung fu tradizionale sotto la guida dei maestri Luigi Tassini e Giorgio Santi come socio dell’ASKT -Associazione per lo Studio del Kung fu Tradizionale- presieduta e guidata dal Maestro di fama mondiale Yang Lin Sheng, con il quale finora ho potuto partecipare a lezioni frontali per più di trecento ore e dal quale ho avuto l’onore di essere scelto in diverse occasioni come terapista.   Nel frattempo mi sono laureato in lettere moderne con una tesi sulla “Fenomenologia dell’abbandono”.   La pratica dell’Yi quan, come in precedenza quella Craniosacrale e Shiatsu, ha apportato qualità e rapidità di risultati alla mia ricerca in una maniera sorprendente, tanto che al momento ho la presunzione di affermare di aver trovato in tutto e per tutto la mia via. Ciò non significa che credo di sapere tutto e che non m’interessa più nulla, ma posso affermare ciò in quanto Craniosacrale biodinamico e Yi quan sono due contenitori universali dentro i cui principi può essere collocato tutto il resto.   Per la mia crescita, che non ritengo affatto esaurita, ma appena all’inizio, queste due risorse hanno cambiato il cammino da un sentiero di montagna a un’autostrada e poi allo spazio aereo.   Naturalmente questa è solo una metafora… Io resto un amante del trekking e della bicicletta.